maggio 15, 2011 Alfredo Mignini 4 Comments
Immaginate di assistere ad una riunione importante.
O meglio, ad un incontro di formazione che un’azienda vi sta offrendo, cosa che oggi accade molto di rado.
Immaginate di sentirvi all’altezza della situazione, perfettamente consci di quello che fate e a vostro completo agio con il metodo di studio che avete acquisito negli anni. Che vi pare, a conti fatti, il migliore possibile.
Pensate ora che esso risulti agli occhi di tutti coloro che vi stanno intorno un metodo totalmente anomalo per fare una cosa tutto sommato normale.
Pensate poi che nel bel mezzo di quel corso, il capo dell’azienda di cui sopra venga da voi e vi dica:
– Si alzi dalla sedia.
– Perché – chiedete voi,
– Perché voglio farvi analizzare da un mio caro amico neuropsichiatra.
Come vi sentireste?
Probabilmente come si è sentito Solomon Veniaminovich Shereshevsky quando l’editore del giornale per il quale lavorava lo ha interrotto nel bel mezzo di un interessantissimo seminario. Sarà stato qualcosa su come si scrive una recensione teatrale o di musica da camera, perché Solomon aveva un certo orecchio per la musica e prima della penna, avrebbe voluto tenere il violino fra mento e spalla, girando per il mondo. Forse un po’ d’imbarazzo all’inizio, perché l’editore – a dire il vero – prima di spedirlo dallo strizzacervelli, gli ha chiesto di ripetere il discorso dell’oratore di turno. E Solomon, che per ascoltare, ascoltava bene, gliel’ha ripetuto. Tutto. Parola per parola. Chissà, forse si sarà gustato anche una punta di rivincita, in quel momento.
Fatto sta che da allora Solomon non è stato più lo stesso. Non tanto perché Alexander Romanovich Luria, lo strizzacervelli, lo abbia sottoposto a indicibili elettroshock per farlo tornare umano; quanto perché Solomon, di avere quella memoria infinita, non lo sapeva nemmeno. Per lui era normale stare a sentire quando uno parlava, non buttare giù la testa e scrivere. Che a pensarci bene, non è neanche così assurdo.
Ad ogni modo il professor Luria ha studiato questo caso per trent’anni, scoprendo con sommo stupore che le serie numeriche sottoposte nelle prime sedute, Solomon poteva ripeterle tranquillamente anche quindici anni dopo. Vai a dire ad uno così che il Grande Fratello c’è sempre stato o che quel tizio lì non è mai esistito, perché caduto in disgrazia. Nel 1968, comunque, il professore ne ha fatto anche l’oggetto di un suo famoso saggio, The Mind of a Mnemonist: a little book about a vast memory (mai tradotto in italiano), forse a dieci anni dalla morte del “mnemonista” affetto da sinestesia. Pare che questa patologia prenda il nome dalla figura retorica perché il trucco sta tutto lì: Solomon ricordava ogni cosa grazie ad un continuo gioco di specchi fra i suoi sensi. Una parola è un colore, come una voce può essere un gusto o un odore. E questo, detto fra noi, gli procurava pure qualche rogna che noi umani ci risparmiamo allegramente. Perché, è ovvio, quando hai continui effetti-sinestesia automatici, non puoi dissociare nessuna delle tue sensazioni. Se stai mangiando una deliziosa zuppa di lenticchie, ma al ristorante ti sparano – per dire – Lady Gaga, potresti essere incapace di continuare. Ma puoi fare anche il processo inverso: visualizzi l’immagine della sofferenza, poi la fai scorrere lontano verso l’orizzonte ed ecco che non senti più dolore. Pensi al caldo e ti sale la febbre sopra i 38. Il sogno di ogni scolaro, la mattina dell’interrogazione. Incontrare uno come Solomon, che peraltro nel 1917 viveva in Russia, sarebbe stato un colpaccio per uno storico, anche per quelli un po’ scettici sulle fonti orali. E per noi, che storici lo siamo ma solo a metà, e scettici pure ma solo per esercizio, incontrare Solomon Shereshevsky è stato un bel caso. Ah sì… il caso S.
Link correlati:
Alexander Luria, memoria, psicologia, sinestesia, Solomon Shereshevksy L'Aneddoto

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L’Ireneo borgesiano de noaltri; in uno stupendo tratto di letteratura l’autore argentino descrisse quel “volto taciturno con i tratti da indiano” in Finzioni, che inventò un sistema numerico basato su singole parole da vocabolario, poiché le cifre arabe risultavano scomode. Un po’ alla Locke. Chissà se il caso, in qualche biforcazione del destino, ha previsto un incontro fra Shereshevsky e Ireneo…
Ahaha.. di certo io non ne sono al corrente :)
In più, mi manca completamente la conoscenza dell’Ireneo. Recupero e magari ne lascio un segno anche su questo sito.
Ciao e grazie del commento!
Lascio qui, un libro che mi è appena capitato in mano:
A. R. Lurija, Una memoria prodigiosa. Viaggio tra i misteri del cervello umano, Oscar Mondadori, Milano 2002 (http://bit.ly/pn4hmI).
Scopro inoltre che gli Editori Riuniti ne avevano fatto ben tre edizioni (1972, 1975, 1991).
Editori Riuniti, la casa del PCI! Mmh… Cosa sapeva Berlinguer su Shereshevskij che noi ignoriamo?