Dialogando di storia, qualcosa ne verrà fuori!

Mirafiori

novembre 2, 2011 Federico Chiaricati 2 Comments

Giuseppe Berta, Mirafiori, Il Mulino, Bologna 1998. (sul sito de Il Mulino, puoi “sfogliare” l’e-book in anteprima, clicca qui)

Mirafiori rappresenta, come sostiene lo stesso Berta, il modello della grande industria che l’Italia ha inseguito dall’Unità fino agli anni Ottanta, decennio di grandi cambiamenti strutturali. È importante anche sottolineare la collana in cui si trova pubblicato dal Mulino, e cioè “L’identità italiana”. La quarta di copertina chiarisce meglio lo spirito della collana: «L’identità italiana. La nostra storia: gli uomini, le donne i luoghi, le idee, le cose che ci hanno fatti quello che siamo.» Ecco quindi che diventa quasi obbligatorio dedicare un volume a Mirafiori (volumetto di poco più di un centinaio di pagine e che ha quindi lo scopo di fornire una storia esaustiva ma non estremamente approfondita, direi quasi divulgativa, anche per la semplicità del linguaggio; Berta infatti alla fine del libro fornirà una bibliografia per ulteriori letture). Tutto ciò che è girato attorno a questa fabbrica ha direttamente o indirettamente segnato le vite di milioni di italiani, dal boom economico e i suoi stereotipi (la cinquecento e la seicento), alla conflittualità sociale. Il libro di Berta si suddivide in sei capitoli, ognuno dei quali riassume un decennio della vita della fabbrica dall’inaugurazione di Mussolini nel 1939 fino all’inizio della robotizzazione e del dominio tecnologico degli anni Novanta. Tutti decenni che caratterizzano non solo la storia di Mirafiori, ma quella più ampia dell’Italia. Berta riesce, infatti, a ricostruire quel microcosmo (nonostante le dimensioni della fabbrica, la più grande in Italia) di speranze, delusioni, odi, violenze e alienazione che un complesso industriale ampio e importante come Mirafiori ha provocato in centinaia di migliaia di persone che in quei quasi sessant’anni vi ha passato una parte considerevole della propria vita. Il libro si apre con l’inaugurazione della fabbrica da parte di Mussolini, inaugurazione tutt’altro che trionfale. Si legge, infatti, «A Mussolini che domanda alla folla se essa si ricordi di quanto egli aveva detto agli operai di Milano (6 ottobre 1934), annunciando i capisaldi della politica corporativa del regime e le sue provvidenze sociali, non risponde alcuna ovazione di massa: quello che si percepisce è solo un attimo gelido di silenzio. Si spezza così il meccanismo che attiva la comunicazione carismatica fra l’oratore e la folla.» (pp. 11 – 12).
La fabbrica passa quindi dagli anni drammatici della guerra, durante la quale non pochi operai ebbero parte attiva nel movimento resistenziale, a quelli della ricostruzione e delle decisioni politiche connesse all’adesione al patto atlantico e al piano Marshall. Dopo una prima estromissione dalla dirigenza dell’azienda (accusato di collaborazionismo), nell’aprile del 1946 Vittorio Valletta prese la carica di Amministratore Delegato della FIAT. La sua figura fu legata direttamente ai piani di ingrandimento degli stabilimenti di Mirafiori e alle ristrutturazioni dei sistemi produttivi che avrebbero dovuto portare alla produzione di massa. La fabbrica diventa contemporaneamente il centro della guerra fredda in Italia, ma anche il simbolo della motorizzazione di massa. In poco più di venti anni lo stabilimento di Mirafiori, il più importante della FIAT, avrebbe raggiunto dimensioni mastodontiche. Una nota aziendale del 1966 riportava la superficie del comprensorio Mirafiori in due milioni e mezzo di metri quadrati, dei quali quasi la metà coperta dagli impianti, e con una popolazione lavorativa di circa cinquantamila unità (42 mila operai e circa 7 mila impiegati). Da questo momento cambia anche la struttura urbana di Torino, a causa dell’ingente quantità di manodopera immigrata, prevalentemente del Meridione (ma anche dalle campagne lombarde e piemontesi, come l’Albino Saluggia del Memoriale di Paolo Volponi), che, grazie alle opportunità lavorative che offre la fabbrica, si reca a Torino per entrare nell’ottica della catena di montaggio. È qui che Berta mostra come una nuova generazione di giovani operai entra nei cancelli di Mirafiori, generazione che non solo subirà le contraddizioni del boom economico e che darà vita al cosiddetto “autunno caldo”, ma soprattutto patirà l’inserimento in un sistema di fabbrica che lacera completamente i legami con la terra e le tradizioni da dove questi giovani arrivano.
Nei dieci anni che seguono il 1969, Mirafiori conoscerà un periodo di altissima conflittualità che giustamente Berta definisce in due capitoli come “la fabbrica del conflitto permanente” e “la fabbrica dell’eversione”. Tutti i gruppi della sinistra e dell’estrema sinistra si confrontano attorno a Mirafiori, da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, così come negli anni del terrorismo agiranno sia Prima Linea che le Brigate Rosse. Lo choc provocato invece dalla cosiddetta “marcia dei quarantamila” nell’ottobre del 1980 avrebbe causato una grande sconfitta del movimento operaio e con esso del sindacato più importante che agiva all’interno della fabbrica (la FIOM) e del Partito Comunista. La conflittualità degli anni ’70 non era riuscita a portare un vero cambiamento nell’assetto delle relazioni di lavoro e la realizzazione, tramite il sindacato, di una vera democrazia industriale. Nell’estate 1980 la dirigenza della FIAT pose ai sindacati il problema di un ridimensionamento del personale. A settembre iniziò un durissimo braccio di ferro tra la dirigenza FIAT e il sindacato, che per trentacinque giorni pose dei blocchi alle entrate della fabbrica, in modo da comprometterne l’operatività. Il 14 ottobre, infine, la svolta; un corteo promosso dal coordinamento dei capi FIAT, quarantamila persone scrissero i giornali, sfilò per le vie del centro di Torino per chiedere la fine dello sciopero e la ripresa del lavoro. Il giorno dopo i sindacati sottoscrissero l’accordo con l’azienda che prevedeva la cassa integrazione per ventitremila lavoratori.
Ancora una volta è Paolo Volponi, citato anche da Berta, a venirci in aiuto per capire la lacerazione gravissima (o vendetta covata e preparata a tavolino come la vede lo scrittore urbinate) che si ha con la “marcia dei quarantamila”, con il suo “Le mosche del capitale”. Da questa crisi, le organizzazioni sindacali e partitiche che fino a quel momento si erano costituite proprio per dare voce alle rivendicazioni operaie, non si sarebbero più riprese, accumulando sconfitte e arrivando, come il Partito Comunista, all’autoscioglimento, derivato anche (e soprattutto) dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine delle utopie del socialismo reale sovietico. Negli anni considerati dall’autore Mirafiori diviene una fucina di idee, speranze e scontri, ma soprattutto stereotipi che ancora oggi è difficile rimuovere (la conflittualità di fabbrica, il boom economico e la motorizzazione di massa, la produzione fordista e la produzione integrata ecc.).
Il libro si conclude con gli anni Novanta con la fredda descrizione che Mimmo Calopresti, nel suo “La seconda svolta” (1995), fornisce di Mirafiori, ormai il dominio della tecnologia. Un gruppo di visitatori, tra cui Nanni Moretti, che interpreta un professore in pensione che un tempo aveva lavorato alla FIAT ed era stato ferito dai terroristi, viaggiando in mezzo alla linea di montaggio (quasi completamente robotizzata) evidenzia un senso di distacco e quasi di riconciliazione con un passato fatto di dure lotte e drammi.
Il pregio del libro di Berta, come anche dell’Annale della Fondazione Feltrinelli (edito nel 1999 in cui compare un saggio dello stesso Berta) curato da Stefano Musso, è quello di guardare al mondo operaio non con la nostalgia per un ciclo di lotte irripetibile e impensabile nell’Italia di oggi, ma con la consapevolezza di riportare al centro della discussione il lavoro e i suoi cambiamenti.
Come si vede dalla lettura di Mirafiori, infatti, le condizioni lavorative e la struttura della macchina produttiva dipingono il volto della società (e delle città) e delle relazioni interpersonali tra le persone, linguaggio compreso. Un lavoro, quindi, destrutturato, smaterializzato, diventato quasi trascendente e che ha ribaltato la concezione tradizionale dell’alienazione lavorativa di stampo marxiana, che tipo di società va a strutturare?[1]
La risposta al quesito è il compito degli studiosi militanti, ma soprattutto dei lavoratori, che, dopo le illusioni (tutte disattese) di facili guadagni nel mondo finanziario, ricomincino a parlare di sé e a pensare come lavoratori, e non più come imprenditori o self-made man.

Riporto integralmente alcune letture consigliate dallo stesso Berta per un approfondimento sul tema di Mirafiori e della storia della FIAT. (pp. 119 – 120)

La realizzazione della più grande fabbrica della FIAT è ora analizzata nel volume collettivo, Mirafiori 1936-1962, a cura di C. Olmo, Torino, Allemandi, 1997.
Sulla storia della FIAT si possono leggere gli studi biografici, pur diversi nell’approccio e nel metodo, relativi ai suoi primi due artefici: V. Castronovo, Giovani Agnelli, Torino, UTET, 1971 e P. Bairati, Vittorio Valletta, Torino, UTET, 1983. Un profilo complessivo dell’evoluzione dell’azienda, dal punto di vista dell’organizzazione aziendale, è in G. Volpato, Il caso FIAT. Una strategia di riorganizzazione e di rilancio, Torino, Isedi, 1996. Sulla situazione sociale e sindacale della FIAT nel secondo dopoguerra sono fondamentali i documenti raccolti in Progetto Archivio Storico IAT, 1944-1956. Le relazioni industriali alla FIAT nei verbali delle Commissioni interne, Milano, Fabbri 1992, 2 voll. Sulla situazione politica e il ruolo del consiglio di gestione, si veda invece L. Lanzardo, Classe operaia e partito comunista alla FIAT. La strategia della collaborazione: 1945-1949, Torino, Einaudi, 1971; ancora sui comunisti in fabbrica e il periodo della guerra fredda, si vedano la classica testimonianza di E. Pugno e S. Garavini, Gli anni duri alla FIAT. La resistenza sindacale e la ripresa, Torino, Einaudi, 1974, e la ricostruzione di A. Ballone, Uomini, fabbrica e potere. Storia dell’Associazione nazionale perseguitati e licenziati per rappresaglia politica e sindacale, con una prefazione di A. Agosti, Milano, Angeli, 1987. Le lotte dell’«autunno caldo» sono raccontate da alcuni delegati in G. Polo, I tamburi di Mirafiori. Testimonianze operaie attorno all’autunno caldo alla FIAT, con un’introduzione di M. Revelli, Torino, Cric, 1989. Sugli anni Settanta e la ristrutturazione del 1980, si rinvia alla testimonianza del protagonista di questa fase della storia aziendale, Cesare Romiti, Questi anni alla FIAT, intervista di G. Pansa, Milano, Rizzoli, 1987. Sulla situazione sindacale e sociale, cfr. T. Dealessandri e M. Magnabosco, Contrattare alla FIAT. Quindici anni di relazioni sindacali, a cura di C. Degiacomi, Roma, Edizioni Lavoro, 1987, oltre al pamphlet di M. Revelli, Lavorare in FIAT, Milano, Garzanti, 1989. Le vicende che condussero alla svolta traumatica del 1980 sono state raccontate dall’organizzatore della marcia dei Quarantamila, Luigi Arisio, nel suo Vita da capi. L’altra faccia di una grande fabbrica, con una presentazione di G. Sapelli, Milano, ETAS Libri, 1990. Un’ampia interpretazione della vicenda è leggibile in A. Baldissera, La svolta dei quarantamila. Dai quadri FIAT ai Cobas, Milano, Edizioni di Comunità, 1988, dove si insiste sul contrasto «etnico» alla base della protesta dei quadri. Ma sulle trasformazioni delle relazioni industriali, si veda C. Annibali, Impresa, partecipazione, conflitto. Considerazioni dall’esperienza FIAT, Venezia, Marsilio, 1994. Sui temi della fabbrica integrata degli anni Novanta, è da tenere presente soprattutto la ricerca di G. Bonazzi, Il tubo di cristallo. Qualità totale e fabbrica integrata alla Fiat Auto, Bologna, Il Mulino, 1993.

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2 Comments → “Mirafiori”

  1. Vins 5 months ago   Rispondi

    Bella recensione.. =)

    Mi permetto soltanto di sottolineare una cosetta: bisogna fare attenzione quando si parla di “fabbrica del conflitto permanente” se poi si fa riferimento al conflitto sociale come di un qualcosa legato a doppio filo con il sindacato, con la fiom, con la cgil ecc ecc.

    C’è una bella fetta degli anni ’70 in cui tutti questi organismi in realtà agiscono su piani ESTREMAMENTE diversi: mentre Mirafiori è la fabbrica dell’estrema sinistra e, come hai detto splendidamente, del conflitto “permanente”, contemporaneamente la Cgil spinge a livello nazionale per ottenere delle conquiste meno legate alla “democrazia industriale” e più affini ad una politica di ampissimo respiro (questione meridionale, scala mobile, eccetera eccetera eccetera).

    Questo è importante perchè (senza voler fare discorsi di colpa/merito) il sindacato non fallisce nel tentativo di perseguire una nuova democrazia industriale.. c’è da chiedersi se l’abbia mai perseguita =).. e specificare di Quale sindacato si parla.
    (e cerco di pormi “storicamente”.. senza parlare di simpatie o di cosa fosse giusta e cosa lo fosse meno).

    non c’è una verità, anzi.. è solo analisi storica che è bella da fare =)

    Un bacio a tutti, Vincenzo DF.

    • Federico 5 months ago  

      ciao Vincenzo, scusa il ritardo nella risposta.
      Hai perfettamente ragione, io quando mi riferisco alla democrazia industriale mi fermo a Mirafiori, forse avrei dovuto sottolinearlo maggiormente. A livello generale, se vogliamo parlare di democrazia e sindacato mi verrebbe maggiormente da definire “democrazia lavorativa”, più che industriale, riferendomi alle lotte dei braccianti e degli operai del nord e del centro-nord tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta (ma questa ovviamente è un’altra storia).

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