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Vanloon - Aborto: depenalizzazione!

1 giugno 2013 Il Caso S. Commenti disabilitati su Vanloon – Aborto: depenalizzazione!

Puntata 13 – anno 2, 25 maggio 2013
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La marcia per la vita

La marcia per la vita

Ciao a tutte e tutti da Olga e Debs,

Maggio 2013, Roma. Un corteo passa per la città: sembra un gruppo di chierichetti dalle facce pulite, in mano cartelli che invocano la fine di stragi di innocenti. Le assassine? Donne che vogliono abortire, donne che fanno del proprio corpo ciò che vogliono. A guardarli più da vicino dietro i loro patetici striscioni si capisce meglio chi sono: suore a braccetto con neofascisti, integralisti cattolici con la peggior specie di reazionari. In prima fila non manca un noto fascista: il sindaco Alemanno. Nella sua città la questura ha vietato il corteo in ricordo di Giorgiana Masi che si è tenuto comunque.

Giorgiana è morta il 12 maggio del ’77, uccisa dalle squadre speciali di polizia: si trovava in piazza per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio di 3 anni prima. Si è cercato di insabbiare il suo ricordo preferendo terrificanti crocifissi con piccoli feti di plastica appesi. Ma la densità dei lunghi anni Settanta per essere messa da parte ha bisogno di più di qualche colpo di spugna di preti e reazionari che non hanno certo a cuore l’autodeterminazione delle donne.

Aborto libero gratuito e assistito. Poche parole semplici e chiare che scorrono veloci tra riflessioni slogan e chiacchiere negli incontri e nelle assemblee del femminismo degli anni Settanta. La lotta per l’aborto è la punta dell’iceberg di un movimento dinamico e vivace che non si mobilitava semplicemente per chiedere una legge. La fine degli aborti clandestini è stata la battaglia più visibile del femminismo ma dietro si celano incontri, assemblee, gruppi e infinite ore di autocoscienza che mettono al centro il corpo delle donne con tutto il loro vissuto.

Una delle pratiche più interessanti è quella del self help gruppi di auto aiuto che mettono al centro il corpo in maniera concreta. Il self help è una pratica di conoscenza e controllo; una pratica collettiva, nel senso che ognuna partendo da sé socializza le conoscenze aiutando, se stessa e le altre. Si conosce la propria fisicità, la si interroga sia per curiosità che per prevenzione. I gruppi di self help nascono prevalentemente attorno al discorso della contraccezione e dell’aborto clandestino ma favoriscono anche momenti di incontro sulla sessualità e sulla demedicalizzazione delle funzioni fisiologiche del corpo femminile come il ciclo mestruale, il parto, la menopausa. Si fanno le autovisite, non sempre senza imbarazzi, si leggono i testi sulla salute e si mette in discussione il rapporto medico paziente.

Alcuni gruppi praticano anche aborti clandestini aiutando tantissime donne. Piccoli consultori autogestiti nascono in tante città. Una pratica rischiosa ma le donne che vogliono abortire non sono poche: chi non ha la possibilità di mantenere un altro figlio, chi troppo giovane, chi non lo vuole e basta. Le storie quotidiane delle donne che si aiutano si intrecciano con pratiche politiche che rendono il movimento femminista qualcosa di più di aggregazione di collettivi o stesure di documenti. Fra i tanti gruppi locali e nazionali che praticano aborti e self help, uno dei più attivi è il Movimento di Liberazione della donna, una rete nazionale che si occupa di contraccezione, aborto, socializzazione dei servizi domestici, istituzione di asili d’infanzia antiautoritari. Nasce come federato al Partito Radicale e inizialmente ne fanno parte anche gli uomini.

Nel ‘75 il Movimento di Liberazione romano apre una sede staccata dal Partito Radicale un consultorio autogestito di informazione sulla contraccezione e l’aborto. Vengono stampati materiali quali il testo a fumetti Se non vuoi rimanere incinta e Aborto facciamolo da noi. Sempre nel ’75 il gruppo preferisce fare a meno della presenza maschile e la pratica degli aborti clandestini metterà in crisi i rapporti con il Partito Radicale. Le donne del Movimento di Liberazione fanno inchieste sulla sessualità, raccolta firme e autodenunce pubbliche d’aborto. Partecipano insieme a tante altre donne alle grandi manifestazioni per l’aborto che invadono le città italiane: un esempio quella del 6 dicembre del ’75 a Roma che vede in piazza migliaia di donne. Corteo noto anche per le aggressioni di alcuni militanti di Lotta Continua.

Le femministe sono tante e diverse. Anche tra chi pratica aborti non ogni donna la pensa alla stessa maniera così come dietro gli striscioni non ci stanno tutte.

«Non abbiamo aderito né partecipato alla manifestazione per l’aborto libero e gratuito: sul problema dell’aborto noi facciamo un lavoro politico diverso. […] La clandestinità dell’aborto è una vergogna degli uomini, i quali spedendoci negli ospedali ad abortire ufficialmente si metteranno la coscienza in pace in modo definitivo. Si continuerà come prima e meglio di prima a fare all’amore nei modi che soddisfano le esigenze fisiche, psicologiche e mentali degli uomini. Rimane un divieto di situarci in un’altra sessualità non interamente orientata verso la fecondazione».

Parole del Collettivo di via Cherubini, donne che stanno a Milano, città centrale per il femminismo italiano e per una certa radicalità di pensiero. In alcuni ambienti milanesi la critica alle donne che scendono in piazza non è delle più leggere. L’accusa è di fare del femminismo una ideologia che crea un corpo unico femminile dietro gli striscioni. Questo tipo di critica riporta il dato che la popolarità della lotta per l’aborto mette in crisi molti collettivi femministi e che all’interno del movimento le riflessioni e le pratiche erano ricchissime, tant’è che viene difficile pensare a un femminismo totalmente diviso in aree di pensiero ma è più verosimile una circolazione di idee e esperienze nella vita delle singole e dei gruppi.

«per il piacere di chi abortisco?» si chiedevano le donne di Rivolta Femminile. Il problema non è la libera sessualità o la contraccezione ma il ribaltamento dei ruoli e dell’autoritarismo nell’atto sessuale tra uomo e donna. È ora che il rapporto non sia più incentrato sull’orgasmo maschile e che l’utero femminile non sia più una terra da fecondare. La sessualità deve essere rovesciata avendo come fine il piacere e non la procreazione. «Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene».

La depenalizzazione dell’aborto era chiaramente una volontà di tutto il femminismo ma le riflessioni che stavano dietro al problema non avevano un unica soluzione.

A maggio del ‘78 la legge 194 permette alle donne di abortire. Critiche e insoddisfazioni non mancheranno. Per capire che l’autodeterminazione delle donne passa anche dalle scelte sui propri corpi non basta una legge, legge infatti puntualmente sotto attacco: basti pensare all’obiezione di coscienza, che in Italia raggiunge numeri spaventosi, e fa si che la pratica dell’aborto venga ostacolata in maniera gravissima.

L’interruzione volontaria della gravidanza purtroppo non è un diritto scontato, riguarda tutti, uomini e donne perché la libertà sui nostri corpi va difesa e rivendicata senza mai abbassare la guardia.

E con queste riflessioni è tutto, vi salutiamo e vi invitiamo a visitare il nostro sito casoesse.org eeeh… alla prossima puntata!

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