Dialogando di storia, qualcosa ne verrà fuori!

Vanloon - Olivetti: la fabbrica che non c’è più?

23 marzo 2014 Il Caso S. One Comment

Puntata 8 – anno 3, 1 marzo 2014
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Fotografia di Adriano Olivetti

Fotografia di Adriano Olivetti

Ciao tutte e tutti da Debs e Olga.

Macchine da scrivere, calcolatrici meccaniche, design, responsabilità sociale d’impresa… a sentire oggi parlare della Olivetti di ieri, sembra che in Italia sia realmente esistita una fabbrica che trattava bene gli operai, si fondava su una visione strategica di lungo periodo e investiva sulla produzione senza dimenticare il territorio, l’estetica e la cultura. Insomma, una fabbrica che non c’è, o che non c’è più… Certo, lo storico marchio di Ivrea lo vediamo ancora qua e là su stampanti, fax e monitor, ma sappiamo che il carattere pionieristico degli anni ‘50 e ’60 è definitivamente tramontato, rottamato insieme a quei vecchi arnesi che un tempo si usavano per scrivere.
Eppure, neanche troppo tempo fa, il rottamatore più famoso d’Italia ha fatto continui richiami a quella fabbrica e alla sua etica d’impresa. Quasi avesse ri-scoperto una medicina per l’Italia malata e corrotta, Matteo Renzi ha detto che i top manager possono «prendere al massimo dieci volte quello che prende l’ultimo lavoratore, è la regola di Adriano Olivetti».

Ma chi era questo Adriano?
Nato a Ivrea nel 1901, si laurea in chimica all’Università di Torino. Suo padre Camillo, che aveva fondato una fabbrica di macchine da scrivere, mantiene durante il fascismo importanti contatti col Partito Socialista e nel ‘26 aiuta lo stesso Turati a espatriare. Dopo la laurea, lavora come operaio nell’azienda di famiglia. Alla fine della guerra è in Svizzera, dove viene in contatto con i servizi segreti americani, poi è di nuovo a Ivrea dove cerca di imprimere alla Olivetti un tratto personale.

Console della Olivetti Elea9003

Console della Olivetti Elea9003

Le sue indubbie qualità imprenditoriali lo portano a compiere scelte insolite e per molti versi controcorrente: non aderisce alla Confindustria, paga salari tendenzialmente più alti della media nazionale, gli edifici delle sue officine sono costruiti da importanti architetti con un occhio all’estetica e uno alle condizioni umane di chi vi lavora. In più, promuove la costruzione di quartieri operai che seguono un disegno urbanistico ben preciso e associa all’attività economica dell’azienda un impegno sociale e culturale senza precedenti. Alle officine di Ivrea nasce una biblioteca ad uso degli operai, si costruiscono asili nido aziendali e prende forma una piccola casa editrice, Edizioni di Comunità, che oltre a tradurre gran parte della sociologia europea allora sconosciuta in Italia, lavora in sinergia con un centro di studi sociali interno alla fabbrica.

I tratti innovativi, certo non mancano ad un’impresa come questa, che in breve diventa una delle più importanti d’Italia, con oltre 10mila dipendenti e sedi in tutto il mondo. Pochi sanno però che da queste officine nascono a cavallo fra gli anni ‘50 e ’60 i progenitori dei moderni computer: l’Elea9000 e la Programma 101, risultati incredibili di una serie di sperimentazioni condotte dal Laboratorio di Ricerche Elettroniche e poi dalla Divisione Elettronica Olivetti. Non bisogna essere dei geni informatici per capire che la Programma One-O-One, come la chiamavano gli americani, è l’antenata dei nostri PC: un calcolatore elettronico che legge cartucce magnetiche, esegue calcoli automatizzati in poco tempo e occupa uno spazio per allora limitatissimo. Per la prima volta nella storia si è infatti costruita una macchina che può stare tutta su una scrivania.

Il 27 febbraio 1960 Adriano muore mentre si reca in Svizzera. La sua scomparsa compromette seriamente i possibili sviluppi economici, tecnologici e socio-culturali di un’esperienza decisamente sui generis. In più, le condizioni economiche dell’azienda, certamente gravate da forti investimenti in un settore ancora tutto da esplorare, non aiutano a mantenere in vita questi progetti. Presto, nel 1964, un Gruppo d’intervento formato da Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI e Banca Centrale prende il controllo dell’azienda e mette la parola fine all’avventura elettronica che avrebbe potuto sconvolgere la storia industriale del nostro paese. Ancora oggi, infatti, restano ingloriosamente famose le parole di Vittorio Valletta, a.d. Fiat, a riguardo: «La società di Ivrea [ha] un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare».
Tutti questi elementi hanno fatto negli anni la fortuna di un mito aziendale che vede in Adriano Olivetti un capo lungimirante e dal volto umano. Mai come oggi, però, si assiste ad uno strano revival, che ha scatenato una corsa all’appropriazione di una sorta di “marchio etico” Olivetti da parte di molti personaggi pubblici e politici. Non è un caso che Sandro Bondi nel 2009 equiparava l’utopia concreta di Adriano Olivetti alle avventure imprenditoriali e politiche di Silvio Berlusconi.

La Programma 101

La Programma 101

Si alimenta così un mito che restituisce poco o nulla di una storia complessa, su cui molto ha detto una lunga tradizione di studi storici e sociologici. Eppure, come ha detto recentemente Giuseppe Capella, delegato FIOM all’Olivetti negli anni ‘70, «Le aziende non sono quelle robe che ci fanno vedere nelle fiction». Al contrario, come abbiamo appreso negli ultimi mesi dall’inchiesta dei PM di Ivrea, in diversi stabilimenti Olivetti si faceva abbondantemente uso di un “talco” ad alto contenuto di amianto. Ad esso, per il momento, sono state ricondotte almeno una ventina di morti operaie e, al solito, pare che i vertici dell’azienda fossero a conoscenza della pericolosità di quelle lavorazioni già all’inizio degli anni ’80.
Forse che questi fatti ci aiuteranno per una volta a mettere da parte inutili racconti eroici, aprendo magari a una comprensione più seria della storia del paese, delle sue imprese e dei costi sociali pagati da territorio e popolazione? È quello che dovrebbero fare, secondo noi, coloro che non perdono occasione per cavalcare l’onda del momento.

Dedichiamo questa puntata a quelle lavoratrici e quei lavoratori che sono morti e muoiono sul posto di lavoro.

E con queste riflessioni vi salutiamo e vi invitiamo a visitare il nostro sito casoesse.org, e… alla prossima puntata!

Per approfondire:

Una ricca bibliografia è disponibile nella voce su Adriano Olivetti in Wikipedia in italiano.

Inoltre segnaliamo:

  • AA.VV., Gli Olivetti e il Socialismo. Un’utopia realizzata o da realizzare?, interventi scelti dal convegno organizzato da “Communitas 2002”, Milano: Editoriale il Ponte, 2006
  • Nicola Crepax, Adriano Olivetti: l’America in Italia durante in fascismo, in «Annali di Storia dell’impresa», Bologna: il Mulino, n. 12/2001
  • Alberto Mortara, Adriano Olivetti (1901-1960), in A. Mortara (a cura di), I protagonisti nell’intervento pubblico in Italia, Milano: Franco Angeli, 1984
  • Claudia Nasini, Adriano Olivetti: A “Socialist” Industrialist in Postwar Italy, in Stefania Lucamante (a cura di), Italy and the bourgeoisie: the re-thinking of a class, Madison-Fairleigh Dickinson University Press, 2009

Alcune risorse online:

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One Comment → “Vanloon – Olivetti: la fabbrica che non c’è più?”

  1. Alfredo Mignini 3 years ago   Reply

    Interessante, per il punto di vista che abbiamo voluto dare a questo intervento, anche la lettura che Giovanni Pietrangeli fa del lavoro di Adriana Castagnoli sull’Olivetti, apparsa sul n. 32 della rivista «Zapruder» e disponibile anche su Academia.

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